La scuola in rosa

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Secondo i dati del Miur (Ministero per l’istruzione e l’università e della ricerca) al nuovo anno scolastico 2018/2019 si sono iscritti 1.455.850 studentesse e studenti dalla primaria alla secondaria di secondo grado. Il 60,8% delle nuove iscrizioni sono femmine. E se a questi dati ne aggiungiamo altri che ci dicono che il milione e mezzo di studenti troverà ad attenderli un esercito di insegnanti in gonnella, non ci sono dubbi: la scuola italiana è in rosa. Cosa può comportare? Quali sono i motivi principali? È un fenomeno solo italiano? Vediamo.

 

tratto da IperSoap Magazine n. 9 settembre 2018 p. 26, a cura di Lara Venè

Dietro le cattedre delle scuole italiane la percentuale di quote rosa è alta ed è cresciuta in modo significativo negli ultimi 10 anni. Oggi le donne rappresentano circa l'83% dell'intero corpo docente (circa 730.000 docenti in tutto). È questo il quadro che ci ha consegnato l'Ocse (l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nello studio “Gender imbalances in the teaching profession” sugli squilibri di genere nella professione dell'insegnante. Lo studio, realizzato due anni fa, prende in esame un decennio, quello tra 2005 e 2014, pieno di riforme in campo educativo, non solo in Italia, ma in gran parte dell’Europa. Ci dice che in tutti i Paesi industrializzati, si è assistito a una femminilizzazione della professione dell’insegnante.

L'incremento di insegnanti di sesso femminile nel decennio considerato è passato dal 61% al 68%, sino ad arrivare al caso dei Paesi baltici e della Russia, in cui quattro insegnanti su cinque sono donne. Solo il Giappone presenta un rapporto che rasenta la parità, con una lieve maggioranza di uomini, dato che conferma quello della bassa occupazione femminile nel mercato del lavoro giapponese.

La sproporzione messa in evidenza dal rapporto Ocse si rovescia quando si analizzano i livelli d’istruzione raggiunti dalle donne: da una quasi totalità nell’educazione pre-scolare (97%) e una schiacciante maggioranza in quella primaria (82%), l’istruzione femminile subisce un deciso decremento, fermandosi al 63% nell’educazione secondaria e crollando al 43% in quella terziaria (quella universitaria cioè).

E pare che questa tendenza sia destinata ad intensificarsi ulteriormente, almeno nel futuro immediato, con un incremento del numero di donne a tutti i livelli di insegnamento (soprattutto in quello terziario, che andrà dunque verso la parificazione cui seguirà, con ogni probabilità, un sorpasso), assieme ad una netta prevalenza femminile tra i laureati pronti ad entrare nel mondo dell’insegnamento. Si corre ai ripari e in alcuni paesi dell’Europa settentrionale, primo fra tutti il Regno Unito, si sono messi in campo incentivi alla formazione di insegnanti uomini, per ridurre la disparità.

Come vanno le cose in Italia?

 “In Italia – si legge nel rapporto Ocse “Uno sguardo sull'istruzione 2016” – la distribuzione di genere nel corpo docente non è ben equilibrata: quasi otto docenti su dieci sono donne nell’insieme dei livelli d’insegnamento (rispetto a una media OCSE di sette su dieci).”

Secondo i dati del ministero dell'Istruzione la disparità aumenta con il decrescere del grado: degli 87.701 insegnanti titolari di cattedra di scuola d’infanzia, i maschi sono solo 612, lo 0,7%. Praticamente la maggioranza delle donne è pressoché totale. La percentuale di insegnanti maschi sale al 3,6 per cento su 245.506 alla primaria, mentre alle medie gli uomini rappresentano il 22% dei 155.705 totali. Sale la quota azzurra nei licei e negli istituti superiori, tuttavia le donne rappresentano il 66% degli oltre 241mila insegnanti. Dunque pochi maestri e più professori.

Le studentesse e gli studenti ai nastri di partenza. Un nuovo linguaggio.

Dall'anno scolastico che sta per cominciare gli studenti diventano gli "studenti e le studentesse", gli "alunni e le alunne", scritto anche in forma abbreviata per evitare ripetizioni (alunni/e). In pratica anche le parole della scuola saranno declinate al femminile. È questa, almeno, l'indicazione del ministero all'Istruzione che nel marzo 2017 ha presentato le linee guida per l'uso del genere nel linguaggio amministrativo, una piccola grande rivoluzione che segue i tanti interventi già fatti sul linguaggio nella pubblica amministrazione.

Le donne sono più brave degli uomini? Leggenda o realtà?

 Anche qui è bene partire dai numeri. Stando al report realizzato dall'Istat “Livelli di istruzione della popolazione e ritorni occupazionali: i principali indicatori" diffuso nel luglio 2018 su scuola e università relativo ai dati 2017 il livello di istruzione delle donne risulta più elevato di quello maschile. Secondo il report il 63% ha almeno un diploma di scuola superiore (contro 58,8% degli uomini) e il 21,5% ha conseguito una laurea cioè (contro 15,8% degli uomini). Inoltre, i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili. Nel 2017, la quota di 30-34enni in possesso di laurea è pari al 26,9% (39,9% la media Ue).

Dentro questi numeri sono sempre le statistiche a parlarci di migliore rendimento scolastico delle allieve, che registrano percorsi più regolari, maggiore propensione al prolungamento degli studi e infine migliori punteggi nelle prove conclusive.

Per chi non suona campanella.

Non siamo tutti uguali. E sebbene la Convenzione internazionale dei diritti dell'infanzia stabilisca che tutti i bambini del mondo abbiano il diritto di andare a scuola e di ricevere un’istruzione. E che educare, istruire i bambini è fondamentale perché indispensabile a garantire loro una vita migliore, il diritto all'istruzione rimane un sogno per milioni di bambini nel mondo. Secondo l'Unicef sono oltre 120 milioni i bambini ai quali è negato il fondamentale diritto all'istruzione di base, e in oltre metà dei casi si tratta di bambine.

A molte bambine l’istruzione è negata per motivi religiosi o ideologici. Isolate dalla rete di amicizie con i coetanei e con gli altri membri della comunità, soffrono di pesanti ripercussioni sulla sfera affettiva, sociale e culturale. In alcuni paesi, dove più le bambine e le donne sono ancora fortemente discriminate, i numeri dell’infanzia negata restano drammatici. Circa 70 milioni di donne nel mondo in via di sviluppo (Cina esclusa) tra i 20 e i 24 - più di una su tre - si sono sposate o hanno iniziato a convivere prima dei 18 anni.

È una disuguaglianza pesante, che influisce negativamente non solo sullo sviluppo delle persone, ma anche sullo sviluppo economico e sociale delle loro nazioni. Il futuro passa dall'istruzione delle donne. Valga un dato per tutti: l'Unicef sostiene che nell’Africa subsahariana, circa 1,8 milioni di bambini, nel 2008, sarebbero stati salvati se le loro madri avessero avuto almeno un’istruzione secondaria (con le relative migliori competenze in termini di salute, igiene e alimentazione dei bambini). Questo avrebbe significato, in questa regione, una riduzione della mortalità infantile del 41%.

Qui di seguito una scheda per un eventuale box: sono dati del rapporto Ocse pubblicato nel marzo 2017 Partecipazione maschile nei vari livelli di istruzione

 

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