John Travolta

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Il mio segreto? Non guardare cosa fanno gli altri. Nella vita devi seguire la tua strada e non sentirti in competizione, altrimenti non realizzerai mai niente. Bisogna avere fiducia in se stessi, osservare, fare esperienza ed imparare.

tratto da IperSoap Magazine n. 11 novembre 2018 p. 34, a cura di Barbara Zorzoli

Non servono i rimpianti. Le mie fonti d’ispirazione sono mia sorella, anche lei attrice, e mia madre con la sua grande forza”.

A parlare è John Travolta (63 anni portati divinamente), che si racconta con una semplicità ed un’onestà disarmanti. Il 2018 non è solo l’anno del suo ritorno trionfale sul grande schermo con Gotti (in cui interpreta l’omonimo boss mafioso nella Little Italy newyorkese degli anni Settanta e Ottanta), ma è anche quello di un compleanno importante: Grease compie ben 40 anni. Premesso ciò, comprenderete che non possa lasciarmi sfuggire l’occasione di dare del tu a Danny Zuko, seduto qui, accanto a me, con tanto di colletto del gubbino tirato su.

Qual è la cosa che ti viene subito in mente citando Grease?

“Non una, ma centinaia di cose! Quando avevo 18 anni vidi quel musical a Broadway e rimasi fulminato. L’anno dopo mi feci avanti e venni ingaggiato dalla stessa compagnia a teatro: non interpretai il ruolo del protagonista, ma una semplice spalla. Il mio sogno di interpretare Danny si avverò in seguito, ma sul grande schermo. Non posso certo lamentarmi. Quel musical mi ha dato la vita, davvero. La mia carriera è iniziata da lì, Grease è stata la mia gioia più bella!”.

Parlando di carriera, la tua è così eclatante da aver indotto la rivista Variety a sceglierti per il suo primo “Icon Award”.

Qual è il segreto del tuo successo?

“Credo sia tutta una questione di fortuna… diciamo anche che sono tenace per natura! Ammette sorridendo. E prosegue: “Sono diventato famoso con due film girati uno dopo l’altro, La febbre del sabato sera e Grease. Ora con Gotti è come avessi chiuso un percorso di crescita. Nel mio prossimo film reciterò in Italia accanto a mia figlia Ella in Poison Rose. Sono assolutamente felice”.

Ci sono voluti sei anni per realizzare Gotti. Cosa ti ha intrigato di quest’uomo? “Come attore, mi ha attirato il fatto che Gotti fosse un personaggio molto ambiguo e complesso: c’era la famiglia da una parte e il crimine dall’altra. Una figura interessante ma anche un po’ comica…”.

Come si prepara John Travolta per un ruolo così intenso?

“Compiendo tantissime ricerche. Ho parlato con il figlio John Gotti jr., con la vedova Victoria e con molte persone che lo conoscevano personalmente. Volevo sapere come mai gli volessero tutti bene, nonostante fosse un mafioso. E sai cosa mi hanno risposto? Che l’hanno amato perché dava loro sempre una mano, era una sorta di protettore, un angelo custode. Certo, era un gangster, ma uno di quelli per cui tanti fecero il tifo, svolse perfino attività umanitarie… a modo suo. E la gente credeva in lui. Ovviamente parlo di lui da un punto di vista professionale, come parte da interpretare, non voglio certo difenderlo o giustificarlo. Sai, un attore deve sempre provare una certa simpatia per il personaggio che interpreta. Non giudico mai moralmente i miei personaggi, ma ne abbraccio il codice etico”.

In questo film recitano anche tua moglie Kelly e tua figlia Ella, proprio nel ruolo della moglie e della figlia del boss. Le hai proposte tu?

“Sì. Kelly mi sembrava perfetta per la parte, e lo è stata; ma voglio essere sincero, se vuoi proporre qualcuno della tua famiglia in un film, devi esser piuttosto sicuro che sarebbe stato scelto comunque, anche senza di te. Ella ha un ruolo piccolo. È bella, elegante, educata, una ragazza d’altri tempi. Aveva girato il suo primo film, Daddy sitter, con me e Robin Williams a 8 anni, poi non aveva più voluto fare nulla, sino ad oggi. Desiderava ricominciare e io l’ho incoraggiata”.

I tuoi genitori ti hanno incoraggiato?

“Certo. Mia madre era un’insegnante di recitazione, mia sorella Ellen, che ha 14 anni più di me, lavorava a Broadway come gli altri miei fratelli e sorelle: siamo una famiglia di attori ma è soprattutto ad Ellen che devo la mia scelta. Ero il fratello teenager rompiscatole, mi sono appassionato guardando lei sul palco, intensa, dinamica, piena di energia…in Grease è una delle cameriere del locale frequentato da Sally e Danny”.

Quali sono i film che più ti hanno affascinato ed in un certo senso influenzato?

“Senz’altro i classici hollywoodiani. È grazie a loro se sono diventato attore” Qualche titolo?

“Il mago di Oz e Yankee Doodle Dandy (Ribalta di gloria), e molti altri. Sono un nostalgico. Lo ero a vent’anni e lo sono ancora adesso. Ti dirò di più; ai miei genitori piaceva molto Fellini, e quando vidi Giulietta Masina ne La Strada, chiesi perché stesse morendo. ‘Ha il cuore spezzato’, rispose mio padre. Così decisi di non spezzare mai il cuore a nessuno. Fu allora che capii quanto una buona performance possa toccare l’anima delle persone”.

C’è qualcuno nel mondo dello spettacolo che ti ha passato un consiglio particolarmente prezioso?

“Sì, Marlon Brando. Lui mi diede il consiglio più importante di tutta la mia carriera. L’ho incontrato cinque anni prima che morisse, alla fine degli anni Novanta, perché lo avrei voluto al mio fianco in A Civil Action, ma purtroppo non fu possibile. Ma proprio in quell’occasione mi disse: ‘Se un regista non ti ama, non fare il suo film’. E aveva ragione: le mie migliori performance sono state dirette da cineasti pazzi del mio lavoro e che si sono sempre fidati del mio giudizio”.

Ed è qualcosa che sei riuscito a sperimentare? Voglio dire, è davvero così?

“Ti faccio un esempio: sul set di Blow out ho mostrato a Brian De Palma tre diverse versioni che avevo in mente per il mio personaggio, affinché scegliesse la sua preferita. Lui mi disse: ‘Ti paghiamo profumatamente proprio perché la scelta la faccia tu!’. E aveva ragione. Al regista spetta la creazione del film, a me quella del ruolo. Ma non è sempre così. I migliori registi sono quelli che ti lasciano spazio e non ti assillano con continue restrizioni. Altri, invece, hanno un carattere un po’ particolare… come Oliver Stone”.

In che senso?

“Non sapevo proprio come prenderlo e allora mi sono chiesto come l’avrebbe trattato sua madre. Da quel momento, ogni volta che lo vedevo, gli andavo incontro e lo abbracciavo. Beh, ha funzionato”.

Ullallà. Una scelta coraggiosa! “Già. Ho sempre amato correre rischi, solo così posso stare bene con me stesso e trovare la giusta motivazione. Il tempo mi ha dato ragione. Grease, ad esempio, continua a rimanere un film moderno e apprezzato da tutte le generazioni. Vuoi che ti dica cosa pensavo de La febbre del sabato sera?” Assolutamente sì! “Pensavo fosse solo un filmetto! Mai mi sarei immaginato che sarebbe diventato un fenomeno culturale e che mi desse notorietà. Per fortuna la fama non mi ha colto di sorpresa. Da un paio d’anni ero noto per una serie tv, I ragazzi del sabato sera, e quindi il processo è stato graduale. Di quel periodo ricordo le lezioni di danza quotidiane, da settembre a febbraio, e poi le lunghe ore sul set – anche diciannove di fila – perché tutti noi del cast volevamo dare il massimo. Vuoi un aneddoto divertente?” Certo! “Benicio Del Toro mi ha confidato che, a dodici anni, ha visto Febbre del sabato sera per quattordici volte di fila! Poi ha deciso di diventare un attore”.

Fantastico, non lo avrei mai immaginato. Ma torniamo a te. C’è stato un momento che reputi fondamentale, o se vogliamo di svolta, nella tua carriera?

“Sì. E lo identifico con Pulp Fiction. Essere parte integrante di quel progetto mi ha regalato il lusso di poter scegliere film e registi per i successivi venticinque anni di carriera. Per non parlare del fatto che la Palma d’oro a Cannes è arrivata del tutto inaspettata e lanciò Pulp Fiction a livello mondiale. E pensare che inizialmente la pellicola era stata pensata per un pubblico di nicchia. Ricordo che Quentin mi disse: ‘John, devi essere imprevedibile in scena, se avessi voluto fare una scelta più scontata non avrei chiamato tÈ. Nel momento in cui mi sono guardato allo specchio con quel taglio di capelli ho subito visto emergere Vincent Vega, avevo trovato il mio personaggio. Credo davvero che quel film abbia cambiato la storia del cinema”.

Ne eri consapevole già a quei tempi?

“A dire la verità lo avevo intuito durante la proiezione ufficiale al Festival di Cannes, quando assistemmo a 25 minuti di applausi e di standing ovation! Ma certo non avevo previsto il fenomeno che è diventato. La mia vita non è più stata la stessa. Mi ricordo che ho persino pianto durante proiezione sulla spiaggia di Cannes nel 2014 per festeggiare il ventennale, pensando a tutto quello che avevo passato in quei due decenni, nel lavoro e nella vita…”.

Già. La vita. Quella professionale, in cui nell’arco di quasi 50 anni ha girato commedie, musical, thriller, film d’autore e d’azione. E quella privata, in cui ha scelto Kelly Preston come compagna di vita, nella buona e nella ‘cattiva’ sorte (con lei è sposato dal 1991 e con lei ha dovuto affrontare, nel 2009, la tragica morte di Jett, il loro figlio sedicenne). A quando l’Oscar?

“L’aver ricevuto due nomination è un grande privilegio. Se poi sommiamo i tre Golden Globe vinti e le altre otto candidature, beh posso ritenermi davvero soddisfatto. Non puoi lavorare per i premi. Io faccio questo mestiere per un solo motivo: perché lo amo”.

E qual è la cosa che ami di più della recitazione?

“Mettermi nelle scarpe di più persone!”.

Come?

“Sì. Per questo ho una ‘biblioteca’ a cui attingere per i miei personaggi”.

Sarebbe a dire?

“Negli anni ho cercato di viaggiare molto e viaggiando ho conosciuto gente. Così mi è capitato di scegliere dei film e automaticamente di venir ispirato da qualcuno che avevo incontrato. Vivo tutt’ora l’opportunità di conoscere le persone come un dono”.

Posso dire una cosa?

“Certo!”.

Quando prima ti ho chiesto il segreto del tuo successo…ecco, per me è questo: tu non reciti, ma è ogni fibra del tuo corpo, ogni sussulto, a farlo per te. Tu danzi dentro ai personaggi”.

“Oh wow. Grazie! Non so cosa dire”.

Allora continuo io. Balli ancora?

“Sì, soprattutto se voglio perdere peso prendo lezioni di danza: non c’è niente che ti faccia tornare nella taglia giusta più del ballo! Non importa quale genere, classica, jazz, tip tap, tutto è divertente. Ed è anche un ottimo antistress. Gioco anche a tennis, e cinque volte alla settimana mi alleno con i pesi. Se tieni controllato il cuore e stai attento a quello che mangi, puoi farcela”.

Credo di averlo letto da qualche parte, ma vorrei sentirlo da te: com’è iniziata la tua avventura con la danza?

“È iniziato tutto a A New York, una città in cui puoi sopravvivere solo in tre modi: recitando, ballando o cantando. Se poi sai fare tutte e tre le cose, allora hai più possibilità di lavorare. Sai, ho avuto da sempre una parola chiave: reinvenzione…anche perché dopo un po’ mi vengo a noia da solo! Non che io non mi piaccia, ma trovo più stimolante creare nuovi personaggi, soprattutto se fisicamente o psicologicamente si comportano diversamente da me; questo sì che è fantastico! Perché vedi, per essere felici basta davvero poco. Io mi circondo di persone che hanno un’influenza positiva su di me. Dormo quanto basta, mi mantengo attivo e cerco di essere un bravo padre. E poi amo la mia famiglia sopra ogni cosa… le mie origini italiane non mentono. Con lo scorrere degli anni le sento sempre più forti”.

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