ALESSANDRO BORGHI
alessandro borghi

ALESSANDRO BORGHI

Il 2018 è stato il suo anno. “Sulla mia pelle”, per la cui interpretazioneha conquistato la candidatura come migliore attore al David di Donatello, “L’ultimo re” di Matteo Rovere, la seconda stagione di“Suburra” su Netflx. E Hollywood ormai pronta ad accoglierlo.
tratto da IperSoap Magazine n. 4 aprile 2019 p. 82, a cura di  Cloe D. Betti

 

 

«Se mi fossi presentato Oltreoceano quattro anni fa mi avrebbero stretto la mano e rimandato a casa». Alessandro Borghi è l’attore dell’anno, ragazzo romano, classe 1986, occhi azzurro intenso, sorriso sincero, animo tormentato. «Con Aureliano, il personaggio che interpreto in “Suburra”, condivido la sua capacità di emozionarsi, nonostante viva una vita senza legge – ha ammesso Borghi – È un uomo che si infila
nel male, ne soffre, arriva alla disperazione, succede anche me, di chiudermi nella sofferenza, in questo sono un po’ masochista» Alla serie di Netflix, su mafia capitale, Borghi, deve molto, forse tutto. «Suburra è stato l’inizio di tutto perché per me non vuol dire solo la serie, ma anche il film di Stefano Solima, che mi ha chiamato per primo e ha creduto in un ragazzo di 28 anni che da 15 tentava di fare questo mestiere, senza riuscirci». Ha ricevuto tante porte in faccia, rispedito al mittente perché non aveva la faccia giusta o non abbastanza esperienza, per anni Borghi prima di Suburra ha “vagato” in cerca di un ruolo che potesse fargli fare il grande salto.

 

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«Questo mestiere è molto complesso soprattutto in questo Paese – ha spiegato l’attore – Bisogna esser molto fortunati ad avere l’opportunità di poter dimostrare qualcosa, io l’ho avuta. Ho cominciato a 18 anni, nel 2006 non c’erano molte possibilità per un attore, lavoravano sempre gli stessi, ma ora grazie anche a nuove entità come Netflix c’è maggiore spazio per tutti. Ora in tv si fanno le cose con chi le sa fare bene, e a Suburra le sappiamo fare tutti molto bene».

 

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Netflix come il nuovo Graal, la tv via streaming capace di distribuire ovunque nel mondo contenuti che prima erano destinati a rimanere stretti nei patri confini. Suburra è tra le serie più viste nel mondo dal Sudamerica al Vietnam, segno che la storia di intrecci tra mafia capitale, droga, vaticano e politica è in grado di conquistare un pubblico che dei nostri Carminati non sa nulla. «Il pubblico di Netflix ormai è abituato a vedere cose diverse. Ci sta aiutando a tutti. Sarà sempre meglio», ha garantito l’attore che ammette di vivere un momento  particolarmente felice, ma non solo da quest’anno.

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«La felicità che arriva dal mio lavoro la provo ormai da tre anni – ha confessato – Ogni anno mi è successo qualcosa di importante per la mia vita e per la mia carriera, sono semplicemente molto fortunato». E conquistare Hollywood non appare poi così impossibile. «Lo scoglio più complicato per andare all’estero, per noi italiani, è dimostrare che riusciamo a parlare inglese come tutti gli altri in questo pianeta – ha sottolineato Borghi – Il mestiere è sempre lo stesso, è un problema di lingua, la differenza con gli altri è che noi facciamo le stesse cose, ma con molti meno soldi. Vuol dire che siamo più bravi, perché farlo fuori è molto più semplice. E comunque a Netflix si respira aria internazionale, un giorno potrebbero anche chiamarmi per fare Superman». Cresciuto alla Magliana, quartiere della periferia della capitale, Borghi resta convinto che le sue origini hanno contribuito a mostrargli una realtà fondamentale per il suo lavoro. «Io sono cresciuto alla Magliana, ho vissuto alla Rustica e ho un ristorante ai Parioli, ma credo che ognuno si senta a proprio agio in certe realtà: ho avuto la fortuna immensa di avere a che fare con la strada. So guardare certe realtà con occhi diversi, veri. Ora va di moda prendere una telecamera, andare in periferia e girare un film, ma se non sai come guardarla è tutto inutile». Per la seconda stagione di Suburra, ha disegnato un Aureliano diverso, credule, spietato, ma capace di scatenare nello spettatore unì’empatia tale da portarlo quasi a dispiacersi per lui. Possibile? «Certo – ha concluso– Il pubblico deve provare pena per questo ragazzo. L’abbiamo voluto così, in modo che il pubblico potesse trovare in lui qualcosa in cui rivedersi».

 

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