Kobe Bryant
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Kobe Bryant

 

Domenica 26 gennaio 2020 il mondo si è fermato,
sprofondato in un baratro fatto di incredulità e
sconcerto quando la notizia della morte di Kobe Bryant
ha cominciato a diffondersi.

 

tratto da IperSoap Magazine n. 3 marzo 2020  p. 72,  a cura di  Gabriele Noli

 

 

La speranza che non fosse vero è stata disillusa dalle prime conferme: tra le nove vittime dello schianto di un elicottero precipitato (prendendo fuoco) sulle colline di Calabasas, a nord-ovest di Los Angeles, c’era anche la leggenda del basket americano. Aveva 41 anni. Con lui, decedute anche la figlia Gianna (13) e altre sette persone. Quando i vigili del fuoco della contea di Los Angeles sono riusciti a domare le fiamme provocate dall’incidente, hanno potuto soltanto confermare l’assenza di superstiti. Per giorni si è dibattuto sulle reali cause dell’incidente: la nebbia, fittissima, ha inevitabilmente inciso sulla visibilità, riducendola al minimo. Era sera in Italia quando si è appreso della morte di Bryant. Nel giro di pochissimi minuti sui social è comparso un numero inestimabile di messaggi, manifesto del dolore non soltanto dei suoi fan, ma di chiunque. Kobe è stato uno degli sportivi più conosciuti e apprezzati, protagonista di una carriera leggendaria durata vent’anni, durante i quali si è fatto ricordare per prestazioni sontuose, record stratosferici e giocate ineguagliabili. Tra il 1996 ed il 2016 si è guadagnato con pieno merito il ruolo di icona del basket americano, soprattutto con addosso la casacca gialla e viola dei Los Angeles Lakers,
condotti per ben cinque volte alla conquista dell’anello nel 2000, 2001, 2002, 2009 e 2010. Ed anche quando è giunto ad un passo dal titolo Nba, è comunque riuscito a lasciare il segno, dimostrando che aveva ragione chi lo considerava al livello di Michael Jordan. “Ho amato Kobe, era un fratello minore per me. Avevamo l’abitudine di sentirci spesso, mi mancheranno tantissimo le nostre conversazioni. Era un avversario duro da battere, uno dei più grandi di questo sport. Un vero talento creativo”, questo il messaggio di MJ in ricordo di Bryant. Che a poche ore dalla sua scomparsa aveva voluto celebrare LeBron James per essere stato in grado di superarlo nella classifica dei più grandi marcatori nella storia della lega professionistica americana di pallacanestro: “Grande rispetto per mio fratello King James”, la frase di Kobe su Instagram, riferita al campione che oggi gioca proprio nei Lakers, la stessa squadra di cui Bryant è stato mito indiscusso. Lo stesso James ha voluto dedicargli un pensiero prima della gara contro Portland allo Staples Center, la casa del club gialloviola, dove per l’occasione sono rimaste
unicamente due sedie libere, a bordo campo: quelle in cui Kobe e sua figlia Gianna si erano seduti l’ultima volta, il 29 dicembre 2019. Vi sono state collocate due maglie ed un mazzo di rose rosse, uno dei tanti omaggi all’amato campione. “Insieme ai miei compagni vogliamo portare avanti la sua eredità non solo per questa stagione, ma fino a quando potremo continuare a giocare a basket perché è quello che amiamo ed è quello che Kobe avrebbe voluto”, le parole colme di emozione di LeBron James.

 

Bryant

 

La morte di Kobe Bryant ha lasciato un segno profondo in Italia, paese in cui aveva trascorso diversi anni da bambino al seguito del padre Joe, pure lui cestista (con Pistoia, Rieti, Reggio Calabria e Reggio Emilia). L’amore per la nostra nazione non lo aveva mai nascosto, anzi, non perdeva occasione per rammentarlo. Parlava l’italiano piuttosto bene ed era tifoso del Milan. Nella partita di Coppa Italia contro il Torino, la prima dalla scomparsa di Bryant, il pubblico dello stadio Meazza di San Siro gli ha riservato un lungo e sentito applauso al minuto 24, uno dei due numeri di casacca (l’altro era l’8) identificativi di Kobe, nonostante non fosse stato disposto il minuto di silenzio prima del fischio d’inizio.
In tutte le città da ricondurre al passato italiano di Bryant in molti ricordano quel bambino così allegro ed incredibilmente portato per il basket, anche se nessuno poteva aspettarsi di avere di fronte uno dei futuri fenomeni di questo sport, capace di abbinare il lavoro al talento: pur consapevoledi disporre di qualità tecniche fuori dal comune, era abituato a pretendere sempre il massimo da se stesso, per questo cercava di superare ogni volta i propri limiti.

 

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Un’ambizione smisurata che lo portava ad accettare con difficoltà le sconfitte che comunque in quei due straordinari decenni non sono mancate. Rappresentavano per lui lo stimolo a fare di più e meglio.
Due erano i grandi amori di Bryant: il basket e la famiglia. Vanessa, la moglie, ha scritto un lungo messaggio su Instagram, r i n g r a z i a n d o
anzitutto le persone vicine a loro con un pensiero o una preghiera. “Siamo completamente devastate dalla perdita improvvisa del mio adorato marito Kobe, incredibile padre per i nostri bambini, e per la mia bellissima e dolce Gianna, una adorabile e splendida figlia e una fantastica sorella per Natalia, Bianka e Capri”. Il solo conforto “mi arriva dal sapere che Kobe e Gianna sapevano entrambi di essere amati in maniera davvero profonda. Siamo stati così incredibilmente fortunati ad averli nelle nostre vite”. La Mamba Sports Foundation (attraverso cui Bryant portava avanti il proprio impegno nello sport a livello giovanile) ha aperto un fondo “MambaOnThree” per sostenere concretamente le altre famiglie investite dalla tragedia di Calabasas.
Vincitore di due ori ai Giochi Olimpici di Pechino 2008 e Londra 2012, Kobe si è guadagnato anche il premio Oscar per il miglior cortometraggio ispirato alla lettera con cui annunciò il ritiro dal basket. Un personaggio a 360°, amato in campo e fuori. Ecco perché alla notizia della sua scomparsa, il 26 gennaio 2020 si è fermato. E nel ripartire, una volta prosciugate le lacrime, si è riscoperto un po’ più solo.

 

BK

 

 

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