Sul Magazine IperSoap di Agosto Reportage Censura che nostalgia...
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Censura che nostalgia…

C’era un tempo in Italia in cui un bacio più appassionato del dovuto, una scollatura
un pò più generosa o addirittura una gonna appena sopra le ginocchia, erano
considerate immagini che turbavano il buon costume. E per questo non potevano essere
trasmesse in tv o sul grande schermo.

 

tratto da IperSoap Magazine n. 8 Agosto 2021  p. 32  a cura di Lara Venè

 

 

Accadeva soltanto qualche decina di anni fa e su tutto quello che non poteva andare in scena vigilava inflessibile l’occhio della censura che decideva cosa poteva essere visto e letto e cosa no. Un sistema complesso di controlli a guardia della morale e dell’immagine nazionale, che dagli inizi del Novecento (1913 per la precisione) passava al vaglio opere, film e spettacoli. Un controllo che sopravvisse anche a quella libertà di espressione sancita dalla Costituzione
italiana entrata in vigore il 1 gennaio 1948.

Sebbene non venisse applicato da molto tempo (l’ultimo caso significativo nel 1998 riguardò il film Totò che visse due volte (reo di aver offeso “la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”, offensivo del buon costume, con esplicito “disprezzo verso il sentimento religioso” e contenente scene “blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale), e sebbene ci fosse stato con gli anni un adeguamento allo spirito dei tempi, lo strumento della censura è rimasto in vita fino alla primavera scorsa. Soltanto il 5 aprile scorso è stato annunciata l’abolizione della censura cinematografica in Italia. Al suo posto é stata istituita una Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche presso la Direzione Generale Cinema del ministero della Cultura, con il compito di verificare la corretta classificazione delle opere cinematografiche da parte degli operatori.

 

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Nel nostro paese poi, più o meno dagli anni Trenta fino a buona arte degli anni Novanta, si era diffusa un’altra forma di censura, più sottile e ad hoc: quella dei tagli mirati. Si tagliavano, cioè, le parti di pellicola che non si voleva venissero mostrate, permettendo comunque di mandare in visione il film che però era stato adeguatamente mutilato. L’immagine più bella che rende l’idea, con dolcezza e ironia, è quella del Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Lui, un magistrale Philippe Noiret, proiezionista del cinema Giancaldo, paesino immaginario della Sicilia dei primi del Novecento, avvia al lavoro di comando nella cabina di proiezione il piccolo Totò. Alfredo taglia pezzi delle pellicole per volere del prete (che ritiene sconveniente i baci presenti nelle scene) e Totò, con la curiosità tipica del bambino vorrebbe rubarle e vederle.

 

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Ci riuscirà. Ma solo alla fine del film, in quella pizza lasciata per lui dallo stesso Alfredo che il piccolo Totò vedrà in una sala vuota quando ormai l’amico é morto. È una pellicola fatta di pezzi tagliati e montati con i baci e gli abbracci “scabrosi” dell’epoca e, per quello, finiti sotto la scure della censura. A guardar bene, le immagini tagliate sono di gambe nude, baci di passione e niente di più. Niente a che vedere con la celebre e contestata scena del burro di Ultimo tango a Parigi, scritto e diretto da Bernardo Bertolucci e interpretato da Marlon Brando, Maria Schneider, che uscì nelle sale cinematografiche italiane il 15 dicembre del 1972 e fu bloccato dalla censura fino al 1987.

Ultimo tango a Parigi, simbolo della lotta tra cinema e censura
Erano gli inizi degli anni settanta, sull’Italia aveva già soffiato il vento del ‘68 e delle sue contestazioni. La conquista di
maggiori libertà e la voglia di abbattere certi tabù, soprattutto sessuali, hanno fatto di questa pellicola l’icona delle battaglie per la libertà dell’espressione artistica e culturale. Ma il 29 gennaio 1976 il film di Bernardo Bertolucci, dopo le sentenze di condanna per oscenità, viene condannato dalla Cassazione alla distruzione delle copie. Soltanto nel 1987 la censura riabilita la pellicola permettendone la distribuzione nelle sale.

 

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Nel 1967 era stato posto sotto sequestro per oscenità anche Blow-up, film di Michelangelo Antonioni. Tra le sequenze
incriminate alcune scene di nudo opportunamente fatte tagliare prima di poter andare in proiezioni con il divieto per
gli under 14 .

 

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In quegli anni, è il 1975, anche Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini viene bocciato in primo grado dalla commissione e vietato ai minori di 18 anni in secondo grado e poi sequestrato dalla magistratura. Il film, accusato di immagini oscene e al centro di un lungo percorso giudiziario, è stato trasmesso per la prima volta in tv solo nel 2005 sulla Pay Tv

 

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Tra le vittime della censura italiana anche Arancia meccanica di Stanley Kubrick del 1971, costretto a tagliare diverse scene. C’è da dire, però, che anche nella maggior parte dei paesi del mondo il film è stato vietato ai minori di 18 anni per le numerose scene di efferata violenza e oggetto di censura. Addirittura ne fu impedita la messa in onda sul piccolo
schermo, fino al 1998 quando una sentenza del Consiglio di Stato accoglie il ricorso della Warner Bros e il divieto venne
sbloccato e abbassato ai minori di 14 anni.

Al di là dei film più famosi, la censura è intervenuta in varie altre occasioni tagliando scene o intimando modifiche. Dall’aprile scorso il decreto attuativo firmato dal ministro Dario Franceschini prevede che d’ora in poi i film destinati ai cinema siano divisi in quattro categorie: quelli adatti a ogni tipo di pubblico, e poi quelli vietati ai minori di 6, 14 e 18 anni. In base alle nuove regole a proporre la categoria ritenuta più adeguata per ogni film saranno direttamente i loro produttori. Solo dopo la Commissione, composta tra gli altri, da «sociologi, pedagogisti, psicologi, studiosi, esperti di cinema (critici, studiosi o autori), educatori, magistrati, avvocati, rappresentanti delle associazioni di genitori e anche di ambientalisti, potrà confermare la categoria o, al massimo, proporne una diversa.

 

 

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