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Gianmarco Tamberi

 

Dello strepitoso oro conquistato da Gianmarco Tamberi il 1° agosto ai Giochi
Olimpici di Tokyo resteranno impresse numerose istantanee: il cenno d’intesa
con l’amico ancor prima che avversario Mutaz Essa Barshim nel condividere la
medaglia più pregiata nel salto in alto, l’abbraccio con Marcell Jacobs (trionfatore
pure lui, nei 100 metri) avvolti dal tricolore, le lacrime di fronte al gesso che
cinque anni fa aveva dovuto portare dopo il crac alla caviglia
sinistra a ridosso dei Giochi di Rio de Janeiro, saltati con
un infinito carico di dolore fisico e psicologico
perché sapeva bene che quella poteva
essere l’occasione della vita.

 

tratto da IperSoap Magazine n. 9 Settembre  2021  p. 68,  a cura di Gabriele Noli

 

 

In seguito all’infortunio trascorse una settimana a letto a piangere, travolto dallo sconforto. Poi, però, avrebbe deciso di riprovarci, pur consapevole della difficoltà della sfida, al limite del proibitivo, se non addirittura oltre. Alla sua compagna Chiara fece scrivere sul gesso “Road to Tokyo 2020”. “Se ci riesco sarà incredibile”, disse a se stesso.

 

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Aveva ragione lui. Nel commentare quell’impresa così straordinaria, ad un certo punto Tamberi ha parlato al plurale, pensando a tutte le persone che gli sono state concretamente vicino in ogni momento, soprattutto i più tribolati: il team sanitario, il padre e, appunto, Chiara, futura moglie. “Non ci posso credere, ho sognato questo giorno da così tanto tempo. Ho passato ogni tipo di difficoltà pur di riuscirci”. Gimbo si è definito “l’uomo più felice del mondo”. E come dargli torto, visto tutto ciò che ha dovuto sopportare, resistendo con tenacia alla sofferenza nelle gambe e nella testa.

La scelta di conservare il gesso, anziché buttarlo, non è casuale. “Mi è servito per ricordarmi il giorno in cui mi sono convinto a tentare di nuovo”. E neppure il rinvio di un anno dei Giochi a causa della pandemia lo ha condizionato, sfruttando piuttosto l’anno in più a disposizione per giungere al meglio all’appuntamento spartiacque della sua vita, non solo sportiva.

 

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Nel gesso il 2020 è barrato con una X e sostituito con il 2021: per fare la storia, occorreva aspettare un altro po’. Eppure Tamberi non ha mai dubitato che sarebbe andata proprio così, nel modo migliore possibile, quello desiderato. “Me lo sentivo da molto tempo”, ha ammesso, tanto da scriverlo pure su Instagram prima di affrontare la finale senza lasciarsi intaccare in alcun modo dalla pressione. Ogni salto compiuto è stato il riflesso di quella serenità d’animo faticosamente ritrovata dopo mille peripezie. “La mia è una storia particolare: se mi avessero raccontato di quest’oro cinque anni fa avrei avuto i brividi”. Tamberi si è reso conto di aver compiuto qualcosa di straordinario a Tokyo. “Qui non ho vinto le Olimpiadi, ho fatto qualcosa di molto più grande, di immenso. Ho messo lo sport davanti a tutto il resto per riuscire in un’impresa che dopo l’infortunio pareva impossibile”.

 

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Per Gimbo non contava semplicemente tornare, bensì costruire i presupposti per prendersi l’oro già messo nel mirino nel 2016, quando le possibilità di tramutare il proposito in azione erano parecchio alte. Non voleva accontentarsi. Per questo “non gioivo mai per i piccoli traguardi che raggiungevo”. Pensava in grande, costantemente proiettato con la mente alla gara decisiva. “Ne è valsa la pena”, ha riconosciuto in preda all’euforia. E di certo, il valore di quell’oro non è sminuito dal fatto che al collo se lo sia messo anche Mutaz Essa Barshim, che come lui è salito sino a 2 metri e 37. Storie simili, le loro. Di due amici, ancor prima che avversari. Pure l’atleta del Qatar era reduce da un serio infortunio che gli aveva impedito di prendere parte ai Giochi di Rio. Si sono conosciuti nelle varie rassegne internazionali, dando vita ad un legame fortissimo.

Avevano scherzato sulla possibilità di contendersi il successo finale: Tamberi lo reputava uno dei più forti saltatori di ogni epoca, capace di valere una misurazione stratosferica. Quando entrambi hanno fallito il tentativo a 2,39, il giudice di gara si è avvicinato loro per risolvere la contesa: occorreva far presto, perché la finale dei 100 metri era imminente. In base al regolamento era possibile assegnare una medaglia exaequo, lo sapevano. Quando Barshim ha affermato: “Two is better than one” (“Due è meglio di uno”), Gimbo lo ha guardato. E’ bastato un cenno d’intesa per capirsi al volo. Poi si sono abbracciati. “Non potevamo togliere l’uno all’altro la gioia più grande della propria vita. Non c’è una persona con cui avrei condiviso quella pedana se non con chi ha avuto lo stesso infortunio”, ha raccontato il campione azzurro.

 

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C’è chi l’ha ribattezzato “l’oro dell’amicizia”, espressione che rende benissimo l’idea di tutto ciò che si cela dietro a quelle medaglie. Nato a Civitanova Marche il 1° giugno 1992, è figlio d’arte: il padre Marco Tamberi, che è anche il suo attuale allenatore, è stato proprio come lui saltatore in alto, finalista ai Giochi di Mosca 1980. Per amore di questa disciplina Gimbo ha lasciato da parte il basket, altra grande passione al punto che nel 2017 si è allenato per una settimana con Siena, disputando persino un’amichevole precampionato con Pistoia. Che disponesse di un talento fuori dal comune lo testimoniano i risultati ottenuti sin da ragazzo. Ma è dal 2015 che Tamberi ha vissuto una crescita esponenziale, ritoccando più volte il record italiano, vincendo inoltre i Mondiali indoor e poi gli Europei, primo italiano a riuscirci nel salto in alto.
Nel luglio 2016, dopo aver alzato ancora il primato nazionale (portandolo a 2,39) ha provato a salire a 2,41, tentativo rivelatosi però fatale, perché coinciso con l’infortuno alla caviglia che lo ha messo k.o. proprio a ridosso dei Giochi di Rio. Superato il trauma dell’infortunio, Gimbo ha riservato ogni risorsa energia fisica e mentale per quelli di Tokyo.
Senza dubbi, né cedimenti.
Un ragazzo d’oro, in tutti i sensi.

 

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