Bio e a chilometro zero, italia leader nel mondo.
Bio a km

Bio e a chilometro zero, Italia leader nel mondo.

Ma occhio alle truffe delle agromafie.

 

tratto da IperSoap Magazine n. 5 maggio 2019 p. 9, a cura di  Carlo Romano

 

Agli italiani piace bio. E piace ancora di più se il bio è a chilometro zero. Sono 30 milioni i nostri connazionali che fanno la spesa direttamente dal contadino, o nei banchi di mercato gestiti dagli stessi contadini, almeno una volta al mese. Ed è un numero in costante crescita. Attrae la convenienza dei prezzi – il coltivatore che vende direttamente dalla sua campagna non è assoggettato ai ricarichi di  prezzo della filiera e soprattutto non paga né Iva né Irpef – ma convince anche la qualità superiore dei prodotti, più freschi, più genuini, più salutari. Ed attraggono naturalmente il risparmio energetico, i protocolli di produzione che rispettano l’ambiente. Tante buone ragioni insomma per fare la spesa andando alla ricerca dei prodotti a chilometro zero. Le occasioni per trovarli sono ormai alla portata di tutti. In Italia si svolgono ogni anno 42 mila sagre alimentari, in pratica cinque ogni Comune. E anche se la Confcommercio ha calcolato che solo la metà di queste è davvero legata al cibo locale, si tratta comunque di numeri enormi. D’altro canto, solo la rete di Campagna amica della Coldiretti conta 7200 fattorie aderenti, 1250 farmers market sparsi in tutta Italia, 2200 agriturismi, più 550 ristoranti bio, 210 orti urbani e 30 punti vendita mobili, legati allo street food, per un totale di oltre 200 mila ettari di terreno coltivati secondo i crismi dell’ecosostenibilità.

I vantaggi, oltre che per il palato dei consumatori, sono altissimi anche per l’ambiente. Se pensiamo che il 30% della produzione di anidride carbonica, che innesca il riscaldamento globale del pianeta, deriva dalla produzione alimentare, è facile comprendere come frutta e ortaggi, ma pure carne, pesce e formaggi a chilometro zero siano decisamente meno inquinanti da far crescere e portare sulla tavola dei consumatori. Il calcolo lo ha fatto nel dettaglio l’Università di Siena. Con la filiera ridotta al minimo e virtuosa le emissioni nocive crollano in media dal 30% all’83%.

La stessa quantità di formaggio prodotta da un allevatore di montagna ad esempio, produce un decimo di anidride carbonica rispetto ad un caseificio. Per produrre una forma di quel formaggio il caseificio inquina quanto inquinerebbe un’auto in viaggio per 15 mila chilometri in termini di CO2. Per far arrivare un chilo di ciliegie dal Cile occorre trasportarle per quasi 12 mila chilometri, consumando, solo per quel chilo di alimento, 6,9 chili di petrolio e immettendo in atmosfera 21,6 chili di anidride carbonica. Ma il chilometro zero e la produzione bio portano con sé anche molti altri vantaggi: basti pensare che con la frutta e la verdura vendute dal contadino lo spreco alimentare si riduce ad appena il 15-25% sul totale degli acquisti contro il 40-60% di spreco in caso di acquisti dalla filiera tradizionale. Questo perché appunto i prodotti del contadino sono più freschi, più buoni e durano di più. Va detto anche però che non è tutto oro quel che luccica. Occorre fare sempre molta attenzione infatti alle truffe.

La vendita di merce che di locale non ha nulla, ma che viene spacciata per tale, e arriva invece da molto lontano genera ogni anno guadagni per 600 milioni di euro l’anno. Ogni anno vengono sequestrati prodotti provenienti da tutto il mondo come il basilico del Sudafrica, o gli asparagi del Perù o le patate della Francia, o ancora le noci degli Stati Uniti e chi più ne ha più ne metta, spacciati nei mercati italiani come prodotti locali bio. E come sempre l’attenzione e l’attivismo della criminalità aumenta con l’aumentare dell’interesse dei consumatori. Gli ultimi dati della Coldiretti, il rapporto per l’anno 2018, dicono che i reati del settore agroalimentare sono in enorme aumento, il 59% in più rispetto al 2017. Tra le frodi scoperte più diffuse, quelle relative al vino, alla carne, alle conserve e allo zucchero. Prodotti fasulli, avariati o alterati frutto di un vero e proprio business su cui si sono gettate a capofitto le agromafie.

Al punto che almeno un italiano su cinque è rimasto vittima, il più delle volte senza nemmeno accorgersene, di frodi alimentari. Per evitarle conviene innanzitutto fare attenzione ai prezzi: il low cost troppo low cost è un indicatore di qualcosa che non quadra. Se qualcuno ci propone come bio e a chilometro zero un litro d’olio extravergine di oliva a 5 euro, conviene diffidare e rivolgersi ad altri. I consigli per evitare fregature sono diversi. Il primo è cercare sempre prodotti di stagione. Il secondo di cercarli in mercati e mercatini in cui il luogo di provenienza del prodotto sia chiaramente indicato. Certo la stagionalità non consente di trovare qualsiasi cosa, ma quel che si trova sarà più sano.

Altrettanto importante è conoscere i produttori: creare nel tempo un rapporto di fiducia aiuta a evitare sorprese. È bene poi, se possibile, andare a fare la spesa nelle prime ore del mattino, in modo da avere più scelta. I prodotti freschi infatti non sono tantissimi e potrebbero finire prima. L’Italia comunque per il suo clima, la sua cultura agricola e pastorale e la sua straordinaria varietà di prodotti ha la leadership mondiale dei mercati contadini, avendo una rete di mercati e fattorie bio a chilometro zero superiore perfino a Stati Uniti e Francia. Le buone occasioni per comprare bene, sano e nel rispetto della natura non mancano. E con un po’ di accortezza sono alla portata di molti, se non di tutti.

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