Antonio Albanese
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Antonio Albanese

 

Ha quei modi gentili lontani anni luce dal suo Cetto la
Qualunque, di cui ha però la lucida capacità di analizzare
politica e società, in solo corpo convivono le sue due
anime, quella siciliana, terra di origine da cui i genitori
sono partiti in cerca di lavoro e quella lombarda,
terra dove è nato e cresciuto.

 

tratto da IperSoap Magazine n. 6  giugno 2020  p. 102,  a cura di  Cloe D. Betti

 

 

Antonio Albanese, regista, attore e sceneggiatore, non è uno di quelli del cinema con la puzza sotto al naso, ma una persona che si accalora quando parla della società in cui vive e che nel suo lavoro ancora si diverte come un bambino. La sua ultima opera non è un film da grande schermo, ma la seconda stagione di una serie, “I Topi”, creata per Raiplay, la tv via streaming della tv di Stato, dove è possibile vederla. “I topi” sono i mafiosi, raccontati nella Albanese-way, latitanti che vivono in un reticolato immenso di cunicoli sotterranei, una terra di sotto dove la vita scorre al pari passo di quella di sopra, dove la famiglia di Sebastiano (Albanese) continua a lavorare, sposarsi, fare figli, lasciarsi e ovviamente parlare con lui. Ancora una volta, Antonio Albanese, ha creato un personaggio capace di far sorridere sulle bruttezze del nostro Paese, tornato in tv proprio mentre il coranavirus spegneva sorrisi e speranze.

 

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«Un Paese come il nostro ha il dovere di alimentare, trasmettere e sviluppare la comicità soprattutto in un momento difficile come come quella che si è venuta a creare per il Covid – 19 – ha dichiarato Albanese – Per farlo bisogna essere molto attenti, analizzare frase per frase. Ho scelto di fare “I Topi” per far capire alle nuove generazioni che un certo tipo di illegalità si basa sull’ignoranza, è una perdita di vita, di quello che ci circonda, è un tipo di ignoranza che porta solo a beni materiali che scompaiono in un attimo».
E il fatto che sia uscita proprio mentre la gran parte degli italiani sono costretti a fare i conti con una vita da reclusi è stata una “involontaria coincidenza”.
«Ma la reclusione claustrofobica dei topi è diversa dalla nostra, non ha nulla a che vedere con la nostra innocenza – ha spiegato l’attore – Il sacrificio che tutti abbiamo vissuto e stiamo vivendo ancora ha dato i suoi risultati: è servito a ciascuno di noi per fare cose diverse. Io per esempio ho imparato a fare un ragù meraviglioso, cosa che non avevo mai fatto nella mia vita». In Sebastiano, il latitante che vive sotto terra, in compagnia di assurdi compari, Albanese non ha messo nulla dei suoi storici personaggi, da Alex Drastico a Epifanio, anche se di loro conserva qualche tratto. Ma solo in apparenza. «Questa è una storia completamente nuova, che racconta l’illegalità in modo diverso da come avevo fatto con altri personaggi. In comune ci sono i racconti di mio padre che ha lasciato la Sicilia per trasferirsi in Lombardia.
Quei racconti di vita mi si sono tatuati addossi e emergono anche quando non me ne accorgo». Stufo di vedere mafiosi e latitanti “esaltati” da un certo tipo di rappresentazione televisiva, pronta a proporre stereotipi di malavitosi-eroi, Albanese preferisce portare sul piccolo schermo la loro caricatura.

 

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«Noi dobbiamo raccontare la realtà, ma in modo corretto. In queste serie sulla malavita hanno tutti gli stessi atteggiamenti, lanciano bombe, fanno trecento morti, c’è una certa esaltazione di giovani imbottiti di soldi, mentre i poliziotti sono tutti incapaci. E invece non è così, la gran parte delle forze dell’ordine passa la vita a cercare di risolvere questa immane disgrazia».
Sempre pronto a portare all’attenzione degli italiani il malcostume che ci governa, l’attore fa con il suo lavoro quello che il Governo dovrebbe fare con l’Italia.
«Stiamo vivendo un periodo che porterà a una rinascita di questo nostro Paese, ma anche a un indebolimento di parecchie comunità dove l’illegalità avrà la meglio – ha concluso – Bisogna continuare a raccontarla, ma in modo corretto, senza esagerare, evitando quello che è successo con i programmi di cucina, non se ne può più di vedere gente che cucina in tv».

 

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