Guida ai saldi
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Guida ai saldi

di  Virginia Torriani

 

Li abbiamo attesi a lungo e finalmente sono arrivati. I saldi di fine stagione sono il periodo ideale per rinnovare il proprio guardaroba al giusto prezzo, ma bisogna stare attenti a “fregature” ed errori.

Gli sconti nelle grandi catene e franchising seguono norme estremamente trasparenti, le cose possono invece complicarsi nei piccoli negozi e negli store multimarca, dove non sempre l’affare è assicurato.

 

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Può capitare che vengano spacciati come pezzi della stagione in corso capi parecchio più datati: nulla di male, se una cosa piace, ma il prezzo dovrà essere ulteriormente ribassato.

Fare acquisti veramente convenienti in tempo di saldi sarebbe sicuramente più semplice se fossimo in grado di assegnare un valore a un capo d’abbigliamento o a un accessorio non sulla base di “quanto costava prima”, ma su caratteristiche oggettive. Per farlo correttamente, bisognerebbe essere – come si dice – del mestiere, ma alcuni consigli possono orientarci.

 

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Anzitutto l’etichetta, il principale aiuto per il consumatore è presente anche sui capi di abbigliamento, anche se spesso non ci prestiamo troppo caso e anzi, una volta a casa, forbici alla mano, siamo pronti a sbarazzarcene. Niente di più sbagliato. L’etichetta è la carta di identità di un prodotto: su di essa vengono indicati – in ordine decrescente –  tutti i materiali utilizzati. I tessuti composti da un unico materiale possono riportare indifferentemente la percentuale “100%” o i termini “puro” o “tutto” seguiti o preceduti dal nome delle fibra tessile. Spesso produttori e rivenditori giocano sull’ambiguità per vendere di più, senza contare che le regole di etichettatura sono fissate a livello europeo.

 

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In ogni caso per smascherare contraffazioni e fare shopping di qualità anche in capo al mondo, basta fare la prova del fuoco. È infatti possibile scoprire di che fibra è fatto un vestito semplicemente bruciandone un filo. Il cotone quando brucia non ha odore e non lascia resti. La seta vera – quella prodotta dal baco – brucia molto lentamente, provocando una fiamma e lasciando una cenere marrone chiaro. Il filo di seta artificiale arde invece senza fiamma e la cenere è grigia. La lana merita un capitolo a parte. Quando brucia emette lo stesso odore dei capelli bruciati e svanisce con fiamma chiara. Se è di buona qualità viene detta “pura lana vergine”, questo significa che proviene direttamente dal vello della pecora e non da stracci o da precedenti lavorazioni industriali. Il marchio internazionale che la identifica è un gomitolo stilizzato. Anche i capi di cachemire possono portare questo marchio. La dicitura “lana vergine”, senza l’aggettivo pura, compare invece sui capi composti per almeno il 60% da lana nuova di tosa a cui si aggiungono percentuali inferiori di altre fibre. C’è poi la sigla “pura lana” e le sue declinazioni fantasiose come “100 per 100 pura lana”, che lasciano intendere chissà cosa, e identificano invece i capi fabbricati con fibre di lana rigenerate. “Misto lana” si riferisce a capi che contengono una percentuale non inferiore al 60 per cento di lana vergine e da una sola altra fibra per la percentuale restante.

 

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Sulle etichette di vestiti e maglioni possono essere indicati  il tipo di lana con cui è fatto il tessuto – ad esempio, Merinos – e la fabbrica da cui proviene. Stesso discorso se la lana proviene dal vello di animali diversi da pecore, come mohair o capre cachemire. Sul pregiato filato cachemire le diciture di contraffazione si sprecano: da quelle che giocano con nomi assonanti, come kascemire, a quelle che puntano su composizioni miste, in cui, in alcuni casi, è stata rilevata la presenza di stracci, fibre acriliche, amianto, carta di giornale e persino capelli umani.  Se nel primo caso è facile tutelarsi, memorizzando l’ortografia del filato; nella seconda circostanza è bene valutare attentamente alcuni aspetti per non prendere fregature. Se si notano palline di fibre, può anche trattarsi di cachemire, ma di certo non della migliore qualità. Il metodo migliore per scegliere il vero cachemire resta comunque affidarsi ai propri polpastrelli: deve essere molto morbido, come lo sono anche le lane Merinos extrafini, e dare una sensazione di “pienezza”. Per quello che riguarda i capi in cotone il marchio che li contraddistingue è il fiocco da cui si ricava la fibra. Quando è presente significa che il tessuto è composto al 100 per cento di questo materiale. Occhio, invece, alle diciture tipo “policotone”: si tratta di cotone misto a poliestere.

Un altro trucco per valutare la qualità di un capo è quello di controllare le rifiniture. Quando un indumento è confezionato con filati preziosi non sono mai grossolane. Altrettanto può dirsi per bottoni, applicazioni, cerniere, orli e quant’altro: spesso sono loro i veri indicatori della qualità di un capo. Se sono poco efficaci, o mal cucite, se gli orli lasciano fili,  le cerniere faticano a chiudersi etc, anche il capo non sarà molto differente.

 

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Infine il consiglio dei consigli: diffidate, sempre, dei prezzi troppo bassi. Un buon capo, per quanto in sconto, non può mai essere regalato.

 

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