Il letargo: come funziona una singolare strategia di sopravvivenza
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Il letargo: come funziona una singolare strategia di sopravvivenza

di  Ugo Cirilli

 

 

Con l’inverno tanti animali si trovano ad affrontare più di una difficoltà: il cibo inizia a scarseggiare e le temperature si fanno particolarmente rigide, anche per quanti sono protetti da una folta pelliccia. Così, la natura ha regalato ad alcuni esseri viventi una strategia davvero sofisticata e al limite dell’incredibile, per affrontare la stagione fredda: il letargo.

 

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Una condizione estrema ma adattiva

Alcuni animali, sia mammiferi che rettili, riescono a raggiungere in inverno una condizione detta di quiescenza. Le loro funzioni vitali, in pratica, si riducono al minimo necessario per mantenersi in vita. Riparati al sicuro nella loro tana, sprofondano in quello che appare come un lungo sonno invernale. Il battito cardiaco rallenta sensibilmente (anche fino a poche pulsazioni al minuto), mentre la temperatura corporea in genere si riduce, arrivando in alcuni casi poco sotto lo zero. Com’è possibile sopravvivere in tali condizioni, senza nutrirsi e fare movimento?

Nel sangue la concentrazione di alcune sostanze, come i sali e l’urea, diventa più alta impedendo all’acqua presente nella circolazione di congelare. Il dispendio energico risulta ridotto ai minimi termini dall’inattività; inoltre, per mantenere l’organismo in funzione, alcuni animali consumano gradualmente le riserve di grasso accumulate in precedenza. È il caso dell’orso, per il quale non possiamo però parlare di un vero letargo: le sue funzioni vitali e la temperatura corporea non si riducono molto e la femmina può addirittura partorire e allattare fino a due cuccioli.

 

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Gli strateghi del letargo, vero o apparente

Tra gli animali più organizzati per affrontare il letargo troviamo sicuramente la marmotta. Messa alla prova da inverni gelidi (vive oltre i 1.000 metri di altitudine), si prepara già a partire da settembre mangiando più del normale, ripulendo la tana e riempiendola di erba secca, affinché sia più comoda e calda. E in letargo la sua temperatura corporea, da 35 °, si riduce a soli 5°. Anche il riccio arriva a un simile “raffreddamento”, oltre a perdere anche il 15% del peso nel lungo riposo. Per questo all’arrivo della bella stagione, quando lascia il nido foderato di erba e foglie, deve concedersi una ricca dieta… ricostituente.

 

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Gli animali che utilizzano questi stratagemmi sembrano già dei “survivalisti” esperti, ma qualcuno li batte in materia di adattamento alle condizioni estreme: il pesce Notothenia coriiceps. Questa specie di merluzzo, infatti, vive nelle freddissime acque antartiche. Nel 2008 alcuni ricercatori hanno scoperto che, per sopravvivere, in inverno può ridurre talmente il metabolismo e il battito cardiaco da arrivare quasi al livello di ibernazione. Non a caso, si ritiene che riesca a resistere in un habitat così ostile da circa 30 milioni di anni.

Tornando alle nostre latitudini e ai boschi italiani, incontriamo altri animali che, come l’orso, non entrano in un vero letargo. Alternano piuttosto lunghi sonni alla veglia. Tra questi, lo scoiattolo: in inverno trascorre molto tempo raggomitolato nella cavità di un tronco, ma non cade mai in un sonno veramente profondo. Al contrario, si sveglia regolarmente per uscire e nutrirsi, grazie ai depositi di cibo che accumula per tempo in autunno in luoghi strategici e nascosti. Nemmeno il tasso, considerato a torto un animale pigro, va davvero in letargo. Semplicemente, a seconda delle condizioni ambientali, può dormire anche settimane nella sua ampia e calda tana, consumando il grasso corporeo.

 

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La parola “letargo” ci fa pensare subito ai rigori dell’inverno e a situazioni come quelle che abbiamo visto finora. Anche una calura estrema può rappresentare però una condizione ostile alla vita. Così, alcuni animali delle zone più torride del mondo vanno incontro a un fenomeno detto “estivazione”, molto simile al letargo.  Quando l’acqua scarseggia e le temperature salgono a livelli quasi insopportabili, entrano in uno stato simile alla quiescenza: ad esempio il coccodrillo può ricoprirsi quasi completamente di fango, lasciando emergere solo le narici mentre le funzioni vitali rallentano. Attende così, nei periodi di siccità, il ritorno dell’acqua.

 

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Tra le tartarughe, animali diffusi in habitat molto diversi, si osservano entrambi i fenomeni a seconda della zona e delle specie: quelle delle aree più calde ricorrono all’estivazione, quelle delle nostre latitudini, come la tartaruga di terra domestica, in genere vanno in letargo all’arrivo del freddo.

Questa panoramica rappresenta sicuramente un’efficace dimostrazione dell’ingegno di Madre Natura: quando le difficoltà sono troppo grandi, la strategia vincente può essere proprio risparmiare le energie. E attendere i primi raggi di sole che annunciano la primavera, quando la vita torna a fiorire.

 

 

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