Mente, psiche e cervello: perché siamo cambiamento

Mente, psiche e cervello: perché siamo cambiamento

 

di Ugo Cirilli

 

 

Il concetto di psiche nacque nell’antica Grecia, quando la parola “psiché” (ψυχή), “respiro”, assunse il significato di “anima”. Per i greci Psiche era anche un personaggio mitologico: una giovane bellissima che fece innamorare il dio Eros e, dopo varie sventure, divenne a sua volta una dea. Una rappresentazione simbolica dell’amore umano.

Da tempi remoti quindi la parola psiche evoca l’interiorità e i sentimenti. Da tale concetto è nato il termine “Psicologia”, la scienza che studia la mente, le rappresentazioni cognitive e gli stati emotivi. Una disciplina che si affermò tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

Con la Psicologia il termine “psiche” assume una connotazione scientifica: l’insieme dei processi mentali che definiscono la nostra personalità.
Questa impostazione avvicina la parola “psiche” all’idea di “mente”, che indica le funzioni superiori del cervello come la memoria e il ragionamento.

Il termine “psiche” aggiunge una componente dinamica: fotografa il cambiamento, l’azione mentale, il vissuto interiore fatto anche di emozioni contrastanti che si alternano giorno per giorno, al di là delle funzioni stabili del cervello.

La scienza, da molto tempo, ci dice che la psiche e il cervello non sono affatto dimensioni separate. Possiamo condizionare i processi cerebrali con la volontà. La nostra interiorità è in divenire, un cambiamento continuo che possiamo guidare almeno in buona parte.

 

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La plasticità

Un punto fondamentale per capire il rapporto psiche-mente-cervello è il fatto che quest’ultimo ha una certa plasticità. Può cioè cambiare, anche in età avanzata. Il cervello funziona grazie agli impulsi elettrici che passano da un neurone all’altro, trasmettendo ad esempio i “comandi” per muovere un braccio o parlare, traducendo le percezioni degli organi di senso in immagini, odori, suoni.

I neuroni possono generare nuove connessioni tra loro, a seconda della vita che conduciamo. È quanto accade ad esempio quando impariamo a praticare uno sport o a suonare uno strumento. L’allenamento attiva sempre più specifiche aree del cervello, ad esempio quelle responsabili dei movimenti manuali di precisione, che si “rafforzano” con nuove connessioni. Diventano così sempre più efficienti. Allo stesso modo, smettere di allenare determinate abilità porta a un peggioramento delle stesse: sarà capitato a tanti di tornare a praticare uno sport dopo molto tempo, con risultati non esaltanti… questo avviene perché alcune connessioni tra neuroni, “sottoutilizzate”, sono andare perse o risultano indebolite.

Un aspetto molto interessante emerso dalla ricerca riguarda proprio questa “plasticità”. Non cambiano solo le aree del movimento o dei sensi. Anche le funzioni che associamo alla psiche, ad esempio la motivazione e la gestione delle emozioni, possono essere potenziate (o depotenziate) dalla vita che conduciamo.

 

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Un concetto che risulta più chiaro con alcuni esempi.

L’amigdala è un’area cerebrale che, tra le sue funzioni, induce anche la sensazione di paura. Sembra che la nostra reattività agli stimoli allarmanti, il grado di agitazione, spavento o autocontrollo dipendano anche dall’esperienza. In parole povere, possiamo abituarci ad avere reazioni più o meno forti nelle situazioni stressanti. Come controllare questo processo?
Studi interessanti hanno riscontrato effetti positivi della meditazione. Ad esempio le ricerche del prof. Richard Davidson hanno osservato che negli esperti meditatori un improvviso rumore attivava meno l’amigdala (e provocava quindi una minore agitazione). La loro mente sembrava abituata a mantenere la calma. Anche il respiro può essere uno strumento potente per domare lo stress: respirare profondamente e lentamente in un momento di tensione favorisce il ritorno all’equilibrio.

Alcuni ricercatori hanno individuato le aree cerebrali coinvolte nei processi di motivazione e di autocontrollo. Questo significa che anche tali capacità possono essere allenate: quando ci “tratteniamo” dal fare qualcosa, ad esempio, sembra che si attivi la corteccia fronto-mediana dorsale. Pensiamo a qualcuno che sta smettendo di fumare: ogni volta che reprime l’impulso di prendere una sigaretta, attiva quest’area che, nel tempo, può rafforzare le sue connessioni. Così, diviene sempre più facile controllarsi. La motivazione sembra invece il risultato dell’azione di diverse aree cerebrali che integrano ricordi, informazioni sull’orientamento spaziale e sensazioni di ricompensa. In questo caso, possiamo dire che associando ripetutamente un obiettivo (ad esempio fare più attività fisica, con le relative azioni) a un’idea di gratificazione (“Il mio fisico e la mia salute miglioreranno”), anziché a sensazioni di disagio, ci sentiremo sempre più motivati.

 

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Particolarmente interessante è l’empatia, la capacità di “mettersi nei panni degli altri” capendone stati d’animo e punti di vista. Anche tale facoltà sembra dipendere da specifiche aree. Questo significa che possiamo diventare più empatici, “addestrando” la mente a capire gli altri. Un training efficace può arrivare anche dalla lettura. Lo ipotizza lo psicologo Keith Oathley, che ha condotto studi riscontrando particolari capacità empatiche nei lettori abituali. Secondo la sua teoria, leggere agisce come una vera palestra mentale dell’empatia: immaginando stati d’animo e pensieri dei personaggi immaginari, ci alleniamo anche a comprendere meglio le persone.

Come abbiamo visto, la scienza ci spiega che la mente non è qualcosa di rigido e immutabile. Lo stile di vita che conduciamo e la nostra interiorità possono portarci a sviluppare o affinare determinate capacità. Un potenziale da esplorare ogni giorno, per avvicinarci alla persona che vorremmo diventare.

 

Questo articolo è un testo puramente informativo e non rappresenta in nessun modo prescrizioni o consigli medici.

 

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