Giochi da tavolo dimenticati o quasi: eccone 5 storici

Giochi da tavolo dimenticati o quasi

 

di  Ugo Cirilli

 

I giochi da tavolo resistono all’avanzata dell’intrattenimento digitale, amati da tanti appassionati. Sopravvive l’emozione di accendere l’intelligenza, elaborare strategie, attingere alla propria cultura in compagnia. Un’emozione che ha origini lontane nel tempo: i board games, come si chiamano in inglese, apparvero nella storia in epoche remote.

Alcuni sono praticamente scomparsi mentre altri sono diventati ormai giochi “vintage”. Eccone 5 che possiamo definire, in modi diversi, “storici”!

 

Senet

Uno dei più antichi giochi da tavolo che conosciamo nacque nell’Antico Egitto ed è stato rinvenuto più volte negli scavi archeologici. Le affascinanti tavole con pedine giunte a noi, in materiali come l’ebano e l’avorio, non comprendono regolamenti. Possiamo solo immaginare come si giocasse. Si ipotizza che due giocatori lanciassero un dado o un legnetto; a seconda del punteggio ottenuto facevano muovere la loro pedina tra le caselle. Quando una pedina raggiungeva la casella occupata dall’avversario, questo doveva far retrocedere la sua pedina. Vinceva probabilmente chi portava per primo tutte le pedine fuori dalla tavola.
Si ritiene che il gioco avesse anche un significato spirituale, simboleggiando il cammino della vita terrena e l’uscita verso una dimensione eterna. Secondo un’ipotesi, gli Egizi ritenevano che il defunto giocasse a “Senet” con il destino per decidere come proseguire il proprio percorso. Per questo le tavole da “Senet” sono state rinvenute in alcune tombe, compresa quella di Tutankhamon.

 

Senet

 

Ludus duodecim scriptorum

Dall’antico Egitto alla nostra età classica: il “Ludus duodecim scriptorum”, ossia il Gioco delle dodici lettere in latino, era il board game dei Romani. Si giocava su specifiche tavole di marmo, le tabulae iusoriae, rinvenute in diversi scavi. Queste raffigurano dei percorsi fatti di caselle; si ritiene che i due giocatori lanciassero a turno dei dadi che determinavano il numero di mosse a disposizione. Ogni giocatore aveva più pedine e poteva scegliere se effettuare tutte le mosse con una sola, o con più di esse. Se una pedina arrivava in una casella occupata da una pedina avversaria la “catturava”, escludendola dal percorso.

Il vincitore era colui che portava per primo tutte le pedine alla fine della tabella.
Il nome del gioco deriva dal fatto che in alcune tavole al posto delle caselle compaiono delle lettere, dodici per lato. Leggendole tutte insieme si ottengono frasi, talvolta ironiche. Una tavola ad esempio riporta le scritte “Salta/spingi/non sai/giocare/idiota/torna indietro”. Un’altra riporta il menù di una cena, con un “Buon appetito” finale.

 

 

Filetto

Facciamo un salto nel tempo verso periodi più recenti: il “Filetto” è un gioco che ha goduto di una certa popolarità anche dopo la metà del ‘900. Bambini e ragazzini incidevano spesso il tracciato sulla pietra o sul terreno, ma esisteva anche la versione da tavolo, situata a volte sul retro delle confezioni della dama. Oggi quasi dimenticato, prevede di giocare su una tavola quadrata. Il tracciato è una sorta di cornice in cui si incrociano varie linee (esistono versioni diverse). I giocatori pongono a turno una delle loro pedine in uno dei punti d’intersezione. Chi riesce ad allineare tre pedine di seguito elimina una delle pedine avversarie dal gioco. Sulle origini del “Filetto” sono nate varie ipotesi. Tavole simili sono state rinvenute nei contesti più disparati, dall’Acropoli di Atene alle rovine egizie. Alcune sono incise sui sedili dell’Abbazia di Westminster e della Cattedrale di Canterbury. È possibile che si tratti di giochi diversi, inventati da culture lontane ma simili nel regolamento.

 

 

Le pulci

Un game che affonda le radici nell’Inghilterra di fine ‘800, un divertimento con regole semplici e immediate. Inventato da Joseph Assheton Fincher, è noto nei Paesi anglosassoni come “Tiddlywinks” e in Italia come “Le pulci”. La modalità di gioco è semplice: i giocatori fanno saltare dei dischetti colorati premendone fortemente il bordo con un dischetto più grande, o una piccola paletta, dalla giusta angolazione. Si cerca di centrare con il dischetto “pulce” un contenitore. Esiste anche un’altra modalità di gioco, in cui l’obiettivo è far saltare il dischetto sopra un dischetto dell’avversario, “catturandolo”. Nel primo caso vince chi pone tutti i propri dischetti nel contenitore per primo, nella seconda versione chi cattura tutte le pedine avversarie. Il regolamento del gioco venne reso ufficiale per la prima volta negli anni ’50 dagli studenti di Cambridge Bill Steen e Rick Martin, quando venne giocato… un match di “Le pulci” tra quell’ateneo e Oxford.

 

The Landlord’s Game

Tutti conoscono il celebre Monopoli, ma a molti il nome “The Landlord’s Game” dirà ben poco. Eppure si tratta dell’”antenato” del noto gioco, che ne anticipava le dinamiche. Venne ideato nel 1902 o nel 1903 da Elizabeth Magie, una scrittrice e giornalista che aveva studiato economia. Concepì un gioco che aiutasse i cittadini a capire il sistema economico, comprese le sue problematiche. Incentrato sulla gestione di proprietà, permetteva due approcci: uno basato sulla condivisione della ricchezza, uno sulla concorrenza tra monopoli rivali. Il gioco non ebbe subito un grande successo ma molti giocatori americani iniziarono a creare set, riproducendo sulle mappe le proprie zone. “The Landlord’s Game” divenne un cult, popolare tra docenti e studenti universitari. Elizabeth Magie vendette il brevetto alla Parker Brothers nel 1935. La stessa azienda aveva già iniziato a pubblicare il “Monopoly” dell’ingegner Charles Darrow: un gioco molto simile a “The Landlord’s Game”. Lo stesso che avrebbe avuto successo anche in Italia come “Monopoli”. La vera storia sull’origine del game venne svelata solo negli anni ’80, quando la Parker fece causa al prof. Ralph Anspach, creatore di un gioco chiamato “Anti-Monopoly”. Anspach riuscì a difendersi conducendo accurate ricerche storiche. Scoprì che Darrow si era interessato a “The Landlord’s Game”, servendosene come base per il suo gioco. “Monopoly” stesso quindi derivava da un’altra idea.

 

Monopoli

 

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